liquirizia biologica di calabria
 
 
   
 

Domenico Ruscelli,

quando la sveglia suonava alle 5

 
Nell’album dei ricordi dei produttori e raccoglitori della seconda generazione dal Dopoguerra, le prime immagini legate alla liquirizia sono molto nitide, per nulla sbiadite dal tempo. I ricordi di vita vissuta si sviluppano e s’intrecciano con quelli delle persone care, collocati in anni non facili dal punto di vista economico, a Villapiana e dintorni. Domenico Ruscelli, va indietro con la memoria, ritrova papà Vincenzo e si rivede, ragazzino, svegliarsi alle 5 e andare in bicicletta nei campi, dove la liquirizia si scavava ancora con la zappa. «È sempre stato un lavoro duro e delicato, ma all’epoca lo era ancora di più. Ricordo la fatica di chi raccoglieva, i buoi che trainavano l’aratro, e io che guidavo un trattore da 60 cavalli. Nella mente ho sempre l’odore della liquirizia, un profumo che cresceva quanto più ci avvicinavamo alle piccole aziende in cui le radici erano stivate. Fino a 300 quintali, ce n’erano ben oltre il fabbisogno della Calabria. Era impossibile non farsi avvolgere dall’odore della liquirizia “in amore”, quell’aroma che le piante sprigionano nel periodo di riproduzione, quando nelle radici è massima la concentrazione di zucchero. Oggi, per una questione di sicurezza alimentare si portano in fabbrica le radici entro due giorni dalla raccolta, per cui è raro risentire lo stesso profumo; intenso e duraturo come allora».
L’amore di Domenico per la liquirizia è rimasto intatto nel tempo, anche mentre crescevano, con gli anni, le responsabilità; soprattutto da quando ha dovuto prendere in mano le redini dell’azienda di famiglia: 3 ettari coltivati a liquirizia e foraggere. «Certo - racconta - i momenti di sconforto non sono mancati in questi anni. Come intorno al 2000, quando la Saila chiuse lo stabilimento e il mercato perse vertiginosamente quota. Le produzioni erano ricche, ma si faticava a collocare il prodotto sul mercato». Oggi, le fabbriche locali e il Progetto di filiera della produzione di liquirizia calabrese gli hanno dato nuova speranza e un’idea per il prossimo futuro: la costruzione di una struttura per la prima lavorazione dei bastoncini di liquirizia, quelli che hanno rappresentato per generazioni di ragazzini calabresi la prima impronta del sapore della «principessa di Calabria».
   
 

Francesco Alfano,

La festa della raccolta

 
Francesco Alfano, che sulle orme di papà Domenico, è diventato produttore e raccoglitore di liquirizia e oggi è vice-presidente del Consorzio di tutela. Per lui il raccolto aveva l’immagine della «grande festa», e, ricorda, anche della «salvezza»: «Era l’asso nella manica per l’economia familiare, soprattutto se qualche calamità naturale distruggeva gli altri raccolti. Quasi una benedizione, allora, la radice di liquirizia. Per noi bambini, per di più, quando andavamo a scaricare in fabbrica, c’erano in regalo bastoncini e caramelle: si tornava a casa felici! E poi, a settembre, i ricavi delle vendite permettevano ai nostri genitori di acquistarci le cartelle per la scuola o le scarpe nuove. Per noi la raccolta era l’evento più atteso di tutta l’estate». Oggi, per Francesco, con un’azienda di 20 ettari coltivata a liquirizia, a Sibari, anche i pensieri sono diventati «adulti» e si concentrano soprattutto sulle problematiche della sua attività: la sofferenza dei mercati, la concorrenza, il ricambio generazionale. Il comparto, ne è convinto Francesco Alfano, non è per niente finito, anzi, secondo lui le potenzialità della liquirizia sono molto promettenti e tutte da esplorare: «Credo che il momento peggiore sia passato. Il Consorzio è il segno tangibile di una reale rinascita di questo settore storico e annuncio di un futuro che darà certamente nuove soddisfazioni a questo piccolo ma rappresentativo comparto produttivo dell’agroindustria calabrese. Questo è anche un settore che, se ben organizzato, potrebbe dare interessanti stimoli anche in altri ambiti economici della regione, come quello turistico o della ristorazione, ad esempio. Le associazioni di categoria come Coldiretti e Cia hanno compreso queste potenzialità e ci stanno dando un aiuto rilevante. Anche i giovani si stanno interessando alla liquirizia, preferendo in alcuni casi questa coltivazione a uliveti e agrumeti. Per il futuro della liquirizia c’è ancora speranza!».
   
 

Battista Lauria ,

un orologio comprato a sette anni

 

Le speranze per il futuro sono più che mai positive anche per Battista Lauria, altro produttore di radice di liquirizia, che ha in Domenico (14 anni) e Antonio (11) due promettenti leve con cui condividere gioie e oneri dell’impresa. Per lui i primi ricordi legati alla liquirizia sono letteralmente segnati dal tempo: quello del primo orologio, acquistato - ma sarebbe meglio dire «conquistato» - all’età di sette anni, dopo aver messo faticosamente da parte i risparmi dei primi lavori al seguito di papà Domenico quando lavorava a servizio dei Bonanno, una famiglia che, insieme ai Filardi e ai Calabrese, ha fatto la storia della liquirizia di Villapiana. Molti giri di lancette dopo, l’adolescenza trasformò la liquirizia in una bella avventura: «Ricordo il mio entusiasmo e quel rapporto tutto particolare con la terra che restituiva ai nostri sforzi grano e liquirizia e ci garantiva, nelle radici che trasportavamo in fabbrica, un apprezzabile reddito aggiunto. C’era comodo per piccoli arrotondamenti e, non di rado, anche per sostenere un’economia domestica sempre difficile. Ma ricordo anche la crisi, le ristrettezze, il rischio dell’abbandono, perfino, a causa di un mercato che era sparito quasi all’improvviso: prima per la guerra, che aveva messo in crisi la nostra già povera economia; poi, qualche decennio più tardi, per uno sviluppo urbanistico poco attento alle esigenze dell’agricoltura e, infine, per la concorrenza sul mercato locale di radici provenienti da altri Paesi! Da qui il nostro crescente scoraggiamento e il quasi totale isolamento di noi produttori, incapaci di trovare progetti in grado di valorizzare la radice locale! Tuttavia, con l’andar del tempo, con un po’ d’impegno e con l’unione delle forze, la ripresa sembra essere arrivata anche per noi. L’idea di riunire in un unico progetto gli attori della filiera della liquirizia prodotta e lavorata nella nostra regione è stata vincente; la conseguente nascita del Consorzio con le sue iniziative d’informazione, valorizzazione e di marketing e, con queste attività, la ritrovata voglia, per tutti noi, di continuare a crederci, ci stanno dando l’energia di cui avevamo bisogno. Qualche buon risultato inizia a vedersi, finalmente. Sono convinto che avremo delle belle soddisfazioni». Gli occhi lucidi, nel rapido racconto dei flashback e in quello delle nuove speranze che si aprono per la sua attività, indicano passione, amore per il proprio lavoro, emozione: quella che Battista vorrebbe trasmettere non solo ai suoi figli, ma a tutti i giovani calabresi. «I ragazzi calabresi oggi sono così distanti dalla terra da aver smarrito quello speciale rapporto con la propria memoria e cultura che l’agricoltura può offrire; tanto da aver ceduto questo privilegio a squadre di lavoratori stranieri - bravi collaboratori e sempre più specializzati - ma che poco hanno a che fare con le radici culturali di questa tradizione, tipicamente calabrese. Bisognerebbe fare discorsi seri sulla cultura del sacrificio, del lavoro, del “fare” e forse anche la crisi che stiamo attraversando in questi anni ci sta indicando che la via da seguire per uscire dalla secca potrebbe essere proprio quella di un ritorno al passato, alla terra, alle nostre origini. Perché la terra “purifica”, custodisce valori forti, e trasferisce, a chi la lavora, il suo sapere legato all’alternarsi dei cicli naturali da cui è possibile trarre sempre fiducia e voglia di fare, anche nelle situazioni più difficili».

 

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